Your casual goodbye

Quando il fine settimana è passato eravamo di nuovo come due estranei, le nuvole e la pioggia e l’umida stanza della pensione un fiume sotterraneo che andava da me a te senza che nessuno lo avvertisse, neanche noi due.

E non abbiamo più pensato a tutte le cose che uniscono due amanti quando sono lontani, treni e aerei e fili del telefono e lettere portate a mano dal postino, suonano alla porta, chi è, c’è posta, è per te. Chi ti scrive?

Quando è iniziato il fine settimana, siamo arrivati ognuno da una direzione diversa, ma non eravamo alieni, non eravamo piombati su questa terra come angeli di un film. Io avevo con me un libro di Bret Easton Ellis da leggere mentre viaggiavo e tu il lettore CD con le tue canzoni che a me non piacevano.

E ci siamo incontrati sulla banchina della stazione, faceva così ‘900, scendere da due treni diversi ma tutti e due colore del ferro, tu con il cappotto nero e io con una giacca troppo leggera per il tempo dell’anno, per il ponte dei morti.

E quando ti ho vista lì su quella banchina, ho pensato: “voglio portarti a casa, voglio darti dei bambini e tu puoi essere la mia ragazza, oh sì, oh sì”, come in una canzonetta. E tu, tu chissà cos’hai pensato, ma ti sei alzata sulle punte e mi hai dato un bacio, uno solo, ma sulle labbra.

E poi abbiamo camminato, tu avevi una valigia assurdamente pesante e io non mi sono neppure offerto di portartela, però ti tenevo la mano ed era calda. E siamo andati subito nell’alberghetto e ci siamo tolti tutti i vestiti e quando la fame ci ha snidati da lì era già quel buio pesto di novembre pieno di nebbia.

E un fine settimana passa così in fretta, il pomeriggio era già passato e la sera quasi in una birreria qualsiasi a mangiare un piatto di spaghetti alla carbonara e fare discorsi imbarazzati e la notte è passata senza dormire ma ancora a scopare come se non ci fosse domani, e l’indomani mattina a passeggiare su un lungomare in bianco e nero cercando di catturare nei ricordi qualche momento, sentendoci irreali come chi non ha dormito ma ha passato tutta la notte a fare l’amore e passeggia su un lungomare in bianco e nero.

E poi al pomeriggio tu avevi il biglietto per il treno delle due e mezza, abbiamo fatto una corsa in albergo per prendere i bagagli e un’altra corsa fino alla stazione, io avevo un groppo in gola e manco sapevo il perché, tu avevi paura che avremmo fatto tardi al treno, ma poi siamo arrivati e c’è stato anche troppo tempo per i commiati, che non sapevamo cosa dirci.

E poi io ho aspettato, quando il mio treno è arrivato era già di nuovo buio, e ho pensato “tutta la vita è una storia di treni, ma non se ne potrebbero stare un po’ fermi sti cazzo di treni, e la smettessero di portare via le cose e gli amori e i libri che uno legge per passare il tempo mentre viaggia”.

Quando il fine settimana è passato, è rimasto un fiume sotterraneo che andava da me a te, senza che nessuno lo sapesse, neppure noi due.