I pomeriggi a casa da scuola, malato

Coi capelli neri, le gite in montagna, l’estate che dura tre mesi, e a volte anche di più, il caffé e il té, un programma al pomeriggio in televisione, il giradischi, le lezioni di inglese, i quaderni a quadretti, la malinconia della domenica sera, il mondo visto dal finestrino nei viaggi in autostrada, mezzo appisolato, i biglietti dei concerti conservati nel primo cassetto, il tavolino da pic-nic con le sedie ripiegabili, il sole dopo la pioggia sul campo da tennis, il plaid scozzese tirato fin sopra la testa per dormire, l’odore della lana e dell’erba, la terra della strada, le riviste vecchie dimenticate nel bagagliaio, l’oscurità da ottobre a febbraio, il mondo che sembra non cambiare mai.

E io che non riesco a trovare le parole per raccontarti tutto questo.

Too late, too love

Facevamo le foto contro i muri forse perché a ogni 3 per 2 c’erano immagini e filmati del muro di Berlino al Tg (uno ce n’era, a quei tempi, di Tg) o sui giornali, forse perché faceva semplicemente figo, ma ci sono migliaia di foto di ragazzi vestiti di nero, con gli occhiali scuri, appoggiati a un qualche muro. Foto che nessuno guarda più, tra l’altro. Friend sleep on my shoulder, now we leave forever. La mia amica che dormiva con la testa appoggiata sulla mia spalla, io avevo a mala pena diciotto anni e guardavo la scarpata della ferrovia mentre il treno correva veloce, vicino alla frontiera mi stringeva la mano, c’erano nuvole basse che strisciavano lungo i fianchi delle colline, verdi e brulle, non un albero perché eravamo oltre i duemila metri.

Le rovine delle Halles a Parigi, sopra (o meglio dire sotto) ci costruiscono un centro commerciale tutto sotterraneo che sembra un bunker post-atomico, quasi vent’anni dopo verrò a sapere della rabbia di Debord contro questo luogo, ma per il momento è lo scenario perfetto per la mia angst adolescenziale, tutto cemento, scale mobili che portano verso il basso. In una piccolissima galleria su un lungo corridoio che dà su uno dei tanti pozzi interni, una rosa olografata!!! Poi la neve vicino al Beaubourg, fuoco nella città di ghiaccio. Sogno i tuoi capelli neri, ma solo di giorno. Di notte sono frammenti, il suono del sax di qualche canzone new wave mentre mi addormento con il walkman nelle orecchie, di nuovo i tuoi occhi.

E poi torno a Torino, il rumore dei freni dei tram, desordre dans ma vie, passeggiamo svagati in via Garibaldi, un’era geologica fa, guardavate anche voi Music Television? L’estate, quando andavo in vacanza a casa dei miei nonni a Verona, perché ad Aosta non si prendeva, e passavo lunghe giornate a guardare video-clip di Billy Joel, Club Tropicana, Garbo, Gianna Nannini… Tutta l’estate senza il tuo telefono, ché non c’erano i cellulari per rintracciarsi a tutte le ore ovunque, bisognava aspettare mesi, anni prima di rivedersi, di riincontrarsi, poi spesso per caso, oppure era troppo tardi, non ci si rivedeva mai più, per un attimo, per una coincidenza, per pigrizia, indolenza, paura, amore, delusione, separazione, isolamento. Anni.

E sono passati, gli anni, il futuro che immaginavamo. Come era prevedibile ci hanno strappato i punti di riferimento, non si fanno più le foto appoggiati ai muri, anche i tuoi capelli neri sono poggiati sulle spalle di qualcun altro o di nessuno. Sembra di essere rimasti da soli a ricordare, ma anche questa è un’illusione…

The darkest hour

Please let yourself go. Feel despair on your skin like a tender caress. For death can only be a relief. You are the youngest and the oldest. You smell of roses decaying on a rotten carcass. This – is – the – end – of – days. No love, no pain, no hope.

Army of the night.

Armageddon cometh.

Beast of apocalypse.

Bane of the living.

Cheap whore.

Cheap thrills.

Death on arrival.

Dump.

Ejection impending.

Eliminator.

Fast tempo.

Fist fucking.

Gellar field.

Gaunt figure.

Hysteria.

Home again.

Independent thought.

Ignorant armies.

Love lost.

Lucifer rising.

Mirage.

Mean machine.

No future.

Neon arcade.

Ora pro nobis.

Orbital.

Part 2.

Gravedigger goes back where he belongs

e per un attimo sorvolò lo squallore e le miserie, le responsabilità e l’età adulta, contemplò i potenti che erano sorti e caduti nel breve volgere del tempo che a lui era stato necessario per dimenticare una semplice musica. e l’ebbrezza lo innalzò, poi lo schiacciò di nuovo al suolo. i cacciatori erano ancora sulle sue tracce, nulla era cambiato. udì i passi appena fuori dalla porta, snudò le zanne, portò le mani appena dietro alle scapole sull’elsa delle spade gemelle. sorrise, ed era un ghigno di guerra.

Nostalgia burns in the heart of Gravedigger

La nostalgia è qualcosa che ti prende alla gola, ti soffoca. E’ come se ti avessero sepolto vivo lontano da tutto e da tutti. Come sentire risa e tintinnare di bicchieri fuori dalla finestra, portati dal vento, nell’aria calda dell’estate. Come se tutti quelli che ami, che hai amato, che amerai, fossero davanti a te e tu dovessi scegliere e sapessi che non puoi scegliere e allora li vedessi scivolare via dalla tua portata, i loro sorrisi, il loro affetto per sempre scolpiti nella tua mente, ma tu non li potrai mai più vedere, dire loro quanto ci tieni. E i momenti che hai vissuto, perdono ogni valore, perché rimani solo tu a poterli ricordare, le parole, le immagini, la musica…

And Gravedigger saw the light, that it was good

Bill Anders 
“We are now approaching lunar sunrise and, for all the people back on Earth, the crew of Apollo 8 has a message that we would like to send to you.
In the beginning God created the heavens and the earth.
And the earth was without form, and void; and darkness was upon the face of the deep.
And the Spirit of God moved upon the face of the waters. And God said, Let there be light: and there was light.
And God saw the light, that it was good: and God divided the light from the darkness.
Jim Lovell 
“And God called the light Day, and the darkness he called Night. And the evening and the morning were the first day.
And God said, Let there be a firmament in the midst of the waters, and let it divide the waters from the waters.
And God made the firmament, and divided the waters which were under the firmament from the waters which were above the firmament: and it was so.
And God called the firmament Heaven. And the evening and the morning were the second day.
Frank Borman 
“And God said, Let the waters under the heavens be gathered together unto one place, and let the dry land appear: and it was so.
And God called the dry land Earth; and the gathering together of the waters called He Seas: and God saw that it was good.
And from the crew of Apollo 8, we close with good night, good luck, a Merry Christmas – and God bless all of you, all of you on the good Earth.”

Once upon a time, Gravedigger

ecco, tantissimo tanto tempo fa, c’era ancora splinder, avevo un blog. anzi ne avevo un paio. uno parlava di cinema, e non ne tratteremo qui, e un altro bazzicava un po’ di tutto. avevo anche una piccola ragazza che per qualche motivo diceva di essersi innamorata di me, e che avrei tradito nel modo peggiore di lì a poco (ma questa è un’altra storia). era tanto tempo fa, ve l’ho detto. prima della crisi per intenderci. in quel tempo, era sempre fine maggio con circa 30 gradi di temperatura abbastanza afosi (ma era anche una notte di febbraio con la neve caduta come per magia sui tetti fuori dalla finestra). c’era della musica da paura. davvero. e avevamo paura, tanta paura, ma in qualche modo le cose andavano avanti, o così sembrava. scarpe da ginnastica. jeans lisi per le troppe lavatrici e tuttavia mai troppo puliti. sense of wonder. cazzo, sense of wonder come se piovesse. potete sentirlo intorno a voi. è il 2005. chi pensava nel 2005 che avremmo potuto avere nostalgia del 2005? solo un pazzo. ma si ha sempre nostalgia del passato. nel 2005 avevamo nostalgia del 1996. del britpop, del bigbeat, persino un po’ della jungle e della house. dell’mdma. la solita incoscienza di avere a che fare con cose nuove e pensare che quelle vecchie siano meglio. persino questa crisi ci sembrerà divertente tra dieci anni. “minchia, ridatemi la vecchia crisi, quelli sì erano tempi.” la cosa strana, davvero strana, è che anche se splinder è morto, anche se sono morti tutti quei nickname con cui si dialogava allora, questo blog ancora lo visitano 150 persone al mese, o forse più. e non so neanche se siano persone. so solo che per caso sono capitato nel nuovo account di blogspot dove ho importato il blog e ho visto che ancora ci sono tutte queste visite, non so perché, non so per come. è bello, non perché voglia dire qualcosa, non perché stuzzichi la mia vanità, sarebbe idiota, ma è bello come la luce delle stelle morte che arriva ancora fin qui sulla terra. loro sono morte da millenni e noi ne vediamo la luce come se fossero ancora lì, belle splendenti, giganti gialle dove adesso c’è solo un ammasso di buio. ecco, ho visto l’evoluzione di questi anni come la faccenda di darwin nei libri di scuola: le mail mandate agli amici, i blog tra quindici sfigati, myspace, a guardare le foto di tipe vagamente goth su deviant art, e poi faccia libro, di cui non so nulla e nulla voglio sapere. e a ben pensarci, il bello di tutto questo è semplicemente che siamo qui a viverlo, a lamentarcene, a brontolare, ma siamo qui, non siamo morti ancora, anche se hanno cercato in tutti i modi di farci fuori, non siamo ciechi e sordi e muti. e allora è normale che ricordare sia più bello che vivere, in un certo senso, perché ricordare è come vivere ma sapendo tutto col senno di poi, che sopravviveremo ancora almeno per qualche anno, assaporando ogni momento vedendo dove si andrà a parare, qual’è il senso di tutto. soprattutto il colore degli occhi di ogni ragazza, la forma del suo seno sotto alla maglietta con il logo dell’adidas che ti ricordi bene, e come cadevano i suoi capelli, anche se non ci andrai mai a letto, anche se ci sei andato a letto più di sette anni fa e non l’hai mai più rivista, il profumo della sua pelle, il tono della sua voce, il suo accento. il passato è come quella ragazza, come tutte quelle ragazze, quelle che hai baciato, quelle con cui hai scopato, quelle che non ti hanno mai neanche sfiorato e che tu non hai sfiorato, ma ognuna di esse, ognuna, poteva essere tua e tu potevi essere suo, le cose che amavi e che hai dimenticato, stare davanti alla tele dopo una canna e trovare tutto interessante, tutto tranne santoro e i politici, a meno che non ci sia qualche giornalista bionda, che spii le sue espressioni e il lembo di pelle scoperta sotto la gonna, una tranquilla conversazione nell’aria calda di giugno quando il caldo è appena cominciato e ancora te lo puoi godere, tieni in mano la birra fredda e il fiume scorre sporco di schifezze, color fango, ci nuotano dentro le anatre e anche qualche pantegana, bella grossa, se ti sporgi puoi vederla, ma non te ne frega. le mode vanno e vengono, pensi oziosamente, solo io rimango nel corso del tempo, adesso ho le all stars, ora i doc martens, poi le adidas, mi piacciono le ragazze con i tatuaggi e i piercing, mi piacciono quelle acqua e sapone, ho un debole per le bionde, sono attratto dalle brune, mi metto con una rossa, vado ai concerti straight edge a torso nudo e sudo, in giacca e cravatta arranco su per le scale di un tribunale, stringo tra le braccia mia figlia appena nata, il tempo è come una spirale di pietre semipreziose e vortica intorno a me, io non sono nulla e sono tutto, voi non potrete mai schiacciarmi anche se cancellerete ogni memoria, ogni ricordo, ci sarà sempre qualcuno immerso in questo caldo, troppo ebbro per avere paura di voi, e in quel momento vi sfuggirà, sfuggirà al terrore che esercitate, per un singolo istante non vostro, e questo basterà, basterà ancora per un momento. ogni ricordo che ci rende umani, ogni sentimento conta, torno indietro, ho trentacinque anni, deborah è appena uscita dalla porta, non la rivedrò più, penso alle promesse fatte, ne ho quindici, la sera prima sono stato alla festa di classe della seconda liceo e ho ballato con laura, l’anno prossimo cambierò scuola, non la rivedrò più. è il 1982, ho tredici anni, l’italia vince i mondiali mentre sono in vacanza, io sono innamorato di una ragazza che si chiama gabriella teloni. domani mattina partirò per tornare a casa e non la rivedrò più. mia figlia ha gli occhi scuri, sembrano un pozzo dei desideri profondo e insondabile, lei non saprà cosa sono e cosa ho vissuto, cosa ho provato, ma non ne avrà bisogno perché vivrà le stesse cose in forme diverse, e penserà di essere l’unica e la prima, non saprà nulla di me e saprà tutto, qualcuno la desidererà come io ho desiderato tutte le ragazze del mondo, sentirà la musica e vedrà i colori, si stordirà e sarà lucidissima, e come una vera combattente si opporrà ai mostri del giorno e della notte che ogni istante cercheranno di annientare i suoi sogni, finché avrà forza, finché ogni ricordo di me non sarà svanito dalla sua memoria, finché qualcun altro non prenderà il testimone. e allora, chissà, forse anch’io potrò tornare a casa, posare la testa sul cuscino e far uscire tutti i pensieri, ordinatamente, uno per uno, senza più preoccuparmi di tenerli insieme perché non se ne scappino in tutte le direzioni. chiuderò gli occhi e non dovrò preoccuparmi di nulla, ma semplicemente mi addormenterò e finalmente potrò riposare, giusto il tempo di riprendere le forze prima di ripartire, prima di iniziare una nuova guerra, prima di combattere i mostri, un’altra volta ancora. solo per un po’ di tempo, staccherò il telefono e spegnerò il cellulare, nessuno mi cercherà, chiuderò gli occhi, e non avrò più bisogno di aver paura.