Once upon a time, Gravedigger

ecco, tantissimo tanto tempo fa, c’era ancora splinder, avevo un blog. anzi ne avevo un paio. uno parlava di cinema, e non ne tratteremo qui, e un altro bazzicava un po’ di tutto. avevo anche una piccola ragazza che per qualche motivo diceva di essersi innamorata di me, e che avrei tradito nel modo peggiore di lì a poco (ma questa è un’altra storia). era tanto tempo fa, ve l’ho detto. prima della crisi per intenderci. in quel tempo, era sempre fine maggio con circa 30 gradi di temperatura abbastanza afosi (ma era anche una notte di febbraio con la neve caduta come per magia sui tetti fuori dalla finestra). c’era della musica da paura. davvero. e avevamo paura, tanta paura, ma in qualche modo le cose andavano avanti, o così sembrava. scarpe da ginnastica. jeans lisi per le troppe lavatrici e tuttavia mai troppo puliti. sense of wonder. cazzo, sense of wonder come se piovesse. potete sentirlo intorno a voi. è il 2005. chi pensava nel 2005 che avremmo potuto avere nostalgia del 2005? solo un pazzo. ma si ha sempre nostalgia del passato. nel 2005 avevamo nostalgia del 1996. del britpop, del bigbeat, persino un po’ della jungle e della house. dell’mdma. la solita incoscienza di avere a che fare con cose nuove e pensare che quelle vecchie siano meglio. persino questa crisi ci sembrerà divertente tra dieci anni. “minchia, ridatemi la vecchia crisi, quelli sì erano tempi.” la cosa strana, davvero strana, è che anche se splinder è morto, anche se sono morti tutti quei nickname con cui si dialogava allora, questo blog ancora lo visitano 150 persone al mese, o forse più. e non so neanche se siano persone. so solo che per caso sono capitato nel nuovo account di blogspot dove ho importato il blog e ho visto che ancora ci sono tutte queste visite, non so perché, non so per come. è bello, non perché voglia dire qualcosa, non perché stuzzichi la mia vanità, sarebbe idiota, ma è bello come la luce delle stelle morte che arriva ancora fin qui sulla terra. loro sono morte da millenni e noi ne vediamo la luce come se fossero ancora lì, belle splendenti, giganti gialle dove adesso c’è solo un ammasso di buio. ecco, ho visto l’evoluzione di questi anni come la faccenda di darwin nei libri di scuola: le mail mandate agli amici, i blog tra quindici sfigati, myspace, a guardare le foto di tipe vagamente goth su deviant art, e poi faccia libro, di cui non so nulla e nulla voglio sapere. e a ben pensarci, il bello di tutto questo è semplicemente che siamo qui a viverlo, a lamentarcene, a brontolare, ma siamo qui, non siamo morti ancora, anche se hanno cercato in tutti i modi di farci fuori, non siamo ciechi e sordi e muti. e allora è normale che ricordare sia più bello che vivere, in un certo senso, perché ricordare è come vivere ma sapendo tutto col senno di poi, che sopravviveremo ancora almeno per qualche anno, assaporando ogni momento vedendo dove si andrà a parare, qual’è il senso di tutto. soprattutto il colore degli occhi di ogni ragazza, la forma del suo seno sotto alla maglietta con il logo dell’adidas che ti ricordi bene, e come cadevano i suoi capelli, anche se non ci andrai mai a letto, anche se ci sei andato a letto più di sette anni fa e non l’hai mai più rivista, il profumo della sua pelle, il tono della sua voce, il suo accento. il passato è come quella ragazza, come tutte quelle ragazze, quelle che hai baciato, quelle con cui hai scopato, quelle che non ti hanno mai neanche sfiorato e che tu non hai sfiorato, ma ognuna di esse, ognuna, poteva essere tua e tu potevi essere suo, le cose che amavi e che hai dimenticato, stare davanti alla tele dopo una canna e trovare tutto interessante, tutto tranne santoro e i politici, a meno che non ci sia qualche giornalista bionda, che spii le sue espressioni e il lembo di pelle scoperta sotto la gonna, una tranquilla conversazione nell’aria calda di giugno quando il caldo è appena cominciato e ancora te lo puoi godere, tieni in mano la birra fredda e il fiume scorre sporco di schifezze, color fango, ci nuotano dentro le anatre e anche qualche pantegana, bella grossa, se ti sporgi puoi vederla, ma non te ne frega. le mode vanno e vengono, pensi oziosamente, solo io rimango nel corso del tempo, adesso ho le all stars, ora i doc martens, poi le adidas, mi piacciono le ragazze con i tatuaggi e i piercing, mi piacciono quelle acqua e sapone, ho un debole per le bionde, sono attratto dalle brune, mi metto con una rossa, vado ai concerti straight edge a torso nudo e sudo, in giacca e cravatta arranco su per le scale di un tribunale, stringo tra le braccia mia figlia appena nata, il tempo è come una spirale di pietre semipreziose e vortica intorno a me, io non sono nulla e sono tutto, voi non potrete mai schiacciarmi anche se cancellerete ogni memoria, ogni ricordo, ci sarà sempre qualcuno immerso in questo caldo, troppo ebbro per avere paura di voi, e in quel momento vi sfuggirà, sfuggirà al terrore che esercitate, per un singolo istante non vostro, e questo basterà, basterà ancora per un momento. ogni ricordo che ci rende umani, ogni sentimento conta, torno indietro, ho trentacinque anni, deborah è appena uscita dalla porta, non la rivedrò più, penso alle promesse fatte, ne ho quindici, la sera prima sono stato alla festa di classe della seconda liceo e ho ballato con laura, l’anno prossimo cambierò scuola, non la rivedrò più. è il 1982, ho tredici anni, l’italia vince i mondiali mentre sono in vacanza, io sono innamorato di una ragazza che si chiama gabriella teloni. domani mattina partirò per tornare a casa e non la rivedrò più. mia figlia ha gli occhi scuri, sembrano un pozzo dei desideri profondo e insondabile, lei non saprà cosa sono e cosa ho vissuto, cosa ho provato, ma non ne avrà bisogno perché vivrà le stesse cose in forme diverse, e penserà di essere l’unica e la prima, non saprà nulla di me e saprà tutto, qualcuno la desidererà come io ho desiderato tutte le ragazze del mondo, sentirà la musica e vedrà i colori, si stordirà e sarà lucidissima, e come una vera combattente si opporrà ai mostri del giorno e della notte che ogni istante cercheranno di annientare i suoi sogni, finché avrà forza, finché ogni ricordo di me non sarà svanito dalla sua memoria, finché qualcun altro non prenderà il testimone. e allora, chissà, forse anch’io potrò tornare a casa, posare la testa sul cuscino e far uscire tutti i pensieri, ordinatamente, uno per uno, senza più preoccuparmi di tenerli insieme perché non se ne scappino in tutte le direzioni. chiuderò gli occhi e non dovrò preoccuparmi di nulla, ma semplicemente mi addormenterò e finalmente potrò riposare, giusto il tempo di riprendere le forze prima di ripartire, prima di iniziare una nuova guerra, prima di combattere i mostri, un’altra volta ancora. solo per un po’ di tempo, staccherò il telefono e spegnerò il cellulare, nessuno mi cercherà, chiuderò gli occhi, e non avrò più bisogno di aver paura.