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IV (Alice)

La mia fissazione per Alice è quello che mi ha fregato, che mi ha impedito di scrivere nulla più che superficiali bigliettini quando ci ho provato. Non si possono scrivere libri come Alice nel Paese delle Meraviglie, qui, adesso, e il resto non ha importanza.

Mi ci vedete, intento a spiegare a una come la mia cliente le paure claustrofobiche che ritrovavo in quel viaggio? Se fossi riuscito a distoglierla per un attimo dai pensieri che ci legavano, il suo squallido compagno, il suo bambino nato già infelice e malaticcio dalla sventura, le sue paranoie che si avvolgevano e avvolgevano, come una conchiglia, come il guscio di una conchiglia.

A raccontarle di te.

“Vede, il suo mondo claustrofobico, i suoi diari scritti con una grafia da analfabeta, le sue paure che sono anche le mie, paure da quattro mura, sempre chiusi lì dentro, con la stanza che si fa sempre più piccola e ci schiaccia, tutte queste cose, io le capisco. E’ roba che è anche mia.

Ma c’è una cosa che è mia e che invece lei non potrà mai capire, mia cara signora. Chiamiamola Alice, questa cosa. I suoi occhi, la sua bocca, i suoi capelli, il profumo che c’era sopra di loro, come restava nell’aria per giorni, un fantasma che io solo potevo sentire. Chiamiamola Alice.

Lei ha mai avuto la sua Alice, signora? Forse sì. Forse sono io che pecco come al solito di presunzione, che cerco di sentirmi superiore e speciale. Forse tutti hanno la loro Alice. Tutti sognano di accarezzare i capelli color seta di qualcuno, di riempirsi il naso del loro odore, e poi si trovano a vivere con uno sconosciuto al fianco.”

Ma non potrei sopportare, in fondo, che la cliente mi dicesse:

“Sì che la capisco, l’ho sognata la mia Alice anch’io e guardi, come mi ritrovo adesso.”

Non potrei sopportare di guardare nei suoi occhi così spenti, i suoi lineamenti così ordinari, e vederci dentro la comprensione.

Così l’unica cosa che ho potuto fare per liberarmi della cliente, della sua presenza ormai insopportabile, è stata di provocarla fino alla rottura. E’ stata di costringerla a lasciarmi per disperazione.

Da domani, la mia cliente non sarà più tale. Con cortesia, le ho fatto capire che non potrò più seguire le sue triste vicende, non le farò più da sensale nelle sue irragionevolezze, non concupirò più i due soldi che mi dà.

Da domani, forse sarò di nuovo un po’ più libero, e questo mi dà una vertigine, ma già mi fa provare malinconia, per cosa poi non so. La squallida donnicciola tormenterà qualcun altro con le sue ansie, ma si sarà portata via con sé un altro pezzo della mia vita. La tessera di un mosaico che nessuno avrà mai interesse a ricostruire, neanche mia figlia, quando crescerà, e forse proverà un po’ di interesse per ciò che ero, io che l’avrò vista crescere, che saprò, almeno in superficie, ogni momento della sua vita.

Un’altra Alice, morbida, coi capelli scuri e un buon profumo, che mi guarderà invecchiare con disinteresse e si porterà via un pezzo di me, forse l’ultimo.

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