II

La mia collega, il contrario della mia cliente. Ticchettava sui suoi tacchi, la sua eleganza impercettibile, giocata su toni sfumati, neri, grigi, beige. Dove la cliente era irritante, la mia collega era soave. Dove la cliente era stupidamente paranoica, la mia collega era lucida e spietata in modo ammirevole. Mia moglie, forse scherzando, forse no, diceva che ero innamorato di lei. Così non poteva essere, visto che io sono innamorato soltanto di te, che non sei qui e che mai potrò avere, ma certo la stimavo in modo incondizionato.

Avrei messo la mia vita nelle sue mani, conscio del fatto che non avrebbe commesso errori. Sapeva quando fare una notifica, quanti giorni aspettare prima di iscrivere a ruolo un atto di citazione e a che termine fissare un’udienza. Con lei, era come attivare il pilota automatico. Dove io ero cialtrone, lei era rigorosa. Dove io mi lasciavo andare per incuria, lei metteva ordine. Il suo bell’aspetto, inoltre, garantiva clienti allo studio. Pur essendo, come me, dell’inossidabile classe del ’68, faceva sembrare la cliente, più giovane di una decina d’anni, una di quelle vecchie vestite di nero che stanno sulle porte delle case nei paesini del meridione.

A volte mi chiedevo com’ero riuscito a finire schiacciato tra tutte quelle donne assurdamente disparate, in grado di soffocare la mia scialba personalità come un tornado smorza una fiammella. Mia moglie, che dolcemente mi aveva trascinato nel suo allettante inferno fatto di levatacce alle due di notte per consolare adorabili principesse in lacrime, incombenze di ogni tipo, dall’ecografia alle anche della piccolina all’organizzazione di battesimi, compleanni e teatrini, e i suoi giri interminabili di parenti, amici e altri rompicazzo assortiti, le mie minuscole e preziose figliolette, animaletti vocianti e deliziosi a cui ormai non avrei potuto rinunciare neanche se avessi avuto l’opportunità di tornare indietro, la mia decisa e pragmatica collega, la cliente insopportabile, e persino tu, mio inconfessato e perduto amore.

Eppure, irrimediabilmente eterosessuale, continuavo a trovare nell’universo femminile l’unico aspetto interessante della vita. Persino la cliente, così sciatta e insopportabile, costituiva per me fonte costante di meraviglia e riflessione.

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I (La cliente)

Anche mentre pensavo a come sfrattare una poveraccia coi suoi due figli o mi opponevo a un decreto ingiuntivo, avevo te in un angolo della mente. Essere costretti a vincere tutte le battaglie, pur sapendo che alla fine si perderà la guerra, è pur sempre una bella maledizione. Mi manchi, mi manca tutto di te, il sapore, il profumo, come pronunciavi le erre, il profilo del naso e della bocca, e tuttavia chi mi parla non può saperlo, non ne ha la minima avvertenza. Sotto alla corazza del vestito nero, della camicia bianca, della cravatta regimental, non c’è parvenza.

La cliente, che mi chiamava a tutte le ore del giorno, non poteva saperlo. Aveva un problema che la divorava tutta intera lei. Come me, come tutti, era vittima di un’ossessione assurda (esistono ossessioni che non siano assurde?), che mi riempiva di insofferenza per lei. La sopportavo solo per il denaro che mi dava, anzi, per il miraggio del denaro che avrebbe potuto darmi se avessi risolto il suo problema.

Nel frattempo, vivacchiavo chiedendole acconti per il continuo disturbo che mi arrecava.

Né, del resto, era l’unica. Forse solo la più molesta, quella le cui richieste erano le più palesemente contrarie al buon senso.

Tutti i miei clienti avevano qualcosa in comune: quell’urgenza pelosa di chi ha un problema che vorrebbe vedere risolto subito, anzi vorrebbe non fosse esistito mai. In fondo, manco loro lo confesserebbero, o manco se ne rendono conto, ma provano fastidio nel vedermi, nel rivolgersi a me. Io ricordo loro quei problemi di cui vorrebbero solo sbarazzarsi, eppure per risolverli non possono fare a meno di me.

I mariti e le mogli ormai insopportabili, gli inquilini morosi e facinorosi, i debitori e creditori, tutto il carrozzone del diritto civile. Nessuno capisce, se non è avvocato. La loro comprensione arriva giusto fino al penale.

Capiscono cos’è un omicidio, e capiscono la parola “pena”. Ma non sanno nulla di diritto fallimentare, di divorzi e separazioni, la loro mente si chiude a riccio se sentono parlare di un atto di precetto.

La cliente, quella, era il mio cruccio più grande. Mi passava qualche centinaio di euro, ogni tanto, e perciò dovevo sopportarla.

Il massimo che mi permettevo era di ignorare le sue telefonate. Ma questo lusso lo scontavo scervellandomi poi su cosa avesse mai voluto comunicarmi di così importante alle otto del mattino, o alle sette di sera della domenica, orari in cui si sa, lo sanno persino quelle pecore dei miei clienti, nessun professionista che si rispetti accetterebbe da loro una chiamata sul cellulare.

Era dicevo, il mio cruccio più grande. A vederla non avresti saputo dire la sua età, e anche se io avevo letto la sua data di nascita dozzine di volte nei documenti del tribunale, continuavo a scordarla. Qualcosa tra i trenta e i quaranta, per forza, viste le circostanze.

Aveva sgravato un infelice come una bestia, da un uomo talmente inetto che solo con un essere insignificante come la mia cliente avrebbe potuto procreare. Questo imbecille, che chiameremo il sig. I per comodità, subito dopo il parto della sventurata, parto difficilissimo e traumatico a sentire lei, aveva iniziato a dimostrare insofferenza, nonostante a quanto pare, il nuovo erede fosse stato fortemente voluto e a dire il vero impostato dalla mamma di lui, donna che non avevo mai visto ma che veniva ovviamente dipinta dalla cliente come la quintessenza delle suocere.
Dopo di ché erano iniziati altri travagli, quelli giudiziari che passano per il tribunale dei minori.

Per farla breve, che la storia annoia pure me, quella mentecatta della mia cliente si lamentava dell’affido condiviso del bimbo, procedura standard, come se fosse un affronto personale a lei diretto.

Infelice, insoddisfatta, aveva cambiato due avvocati, prima di arrivare a me, mandata da una mia parente che avrebbe fatto meglio a stare zitta.

Questa donna scialba, giovane anagraficamente ma vecchia nell’animo, veniva nel mio studio sempre accompagnata dal padre, meridionale come lei, forse l’unico che suscitava in me un minimo di simpatia, se non altro per la sua ignoranza legata alla terra, anche se aveva fatto l’operaio alla Fiat per trent’anni.

E così mi perdevo nei ragionamenti paranoici e sempre uguali di questa povera demente, e ti dimenticavo. Restavi chiusa dentro di me, il profumo di biscotti dei tuoi capelli neri come l’ala di un corvo, i tuoi occhi color nocciola. Ogni cosa buona della mia vita finiva seppellita sotto alle angosce dei miei clienti, le loro sordide pretese, le loro beghe così trite che mi sfiancavano solo a sentirle raccontare. Sentivo le grida dei bambini che venivano da un asilo nido che dava sul cortile, mi facevano pensare a mia figlia, come qualcuno che soffochi nello smog a cui offrano improvvisamente un respiro di aria fresca.