And Gravedigger saw the light, that it was good

Bill Anders 
“We are now approaching lunar sunrise and, for all the people back on Earth, the crew of Apollo 8 has a message that we would like to send to you.
In the beginning God created the heavens and the earth.
And the earth was without form, and void; and darkness was upon the face of the deep.
And the Spirit of God moved upon the face of the waters. And God said, Let there be light: and there was light.
And God saw the light, that it was good: and God divided the light from the darkness.
Jim Lovell 
“And God called the light Day, and the darkness he called Night. And the evening and the morning were the first day.
And God said, Let there be a firmament in the midst of the waters, and let it divide the waters from the waters.
And God made the firmament, and divided the waters which were under the firmament from the waters which were above the firmament: and it was so.
And God called the firmament Heaven. And the evening and the morning were the second day.
Frank Borman 
“And God said, Let the waters under the heavens be gathered together unto one place, and let the dry land appear: and it was so.
And God called the dry land Earth; and the gathering together of the waters called He Seas: and God saw that it was good.
And from the crew of Apollo 8, we close with good night, good luck, a Merry Christmas – and God bless all of you, all of you on the good Earth.”

Last light

una fede pura, che non conosca tentennamenti, accetta la semplice realtà che siamo soli nell’universo. non ci sono alieni con le antenne, non ci sono strani lumaconi telepatici su nebulon quinto, non ci sono ammassi senzienti di polvere galattica ai confini dell’universo. iddio ci ha creati unici e quando l’ultima luce calerà sul genere umano, null’altro resterà che lo sguardo silente di dio, che tutto vede, tutto conosce, tutto preordina. per lui, siamo appena nati e già ci siamo estinti. restano le torri abbandonate che si trasformano a poco a poco in polvere mentre la luce del sole si vela d’ombra anche nel pieno dei giorni d’estate senza nuvole.

Il senso della vita

ci sono tre tipi di persone: quelli che proprio non ce la fanno e letteralmente o metaforicamente si sparano una palla in testa, quelli che campano col freddo dentro, e quelli che ci sguazzano. l’ultima categoria, sorprendentemente, è anche la più diffusa. la prima, è la più importante e la più interessante. sono quelli che hanno capito tutto. quella di mezzo, è di mezzo appunto.

ci sono poi tante cose strane nella vita, tipo com’è che le cose passano? è strana sta roba e proprio non la capisco. non ha senso un giorno avere 15 anni e poi a un certo punto 50. o che il tuo gatto non c’è più, è morto schiacciato da una macchina. ma l’avevi appena preso e gli volevi bene. naturalmente la cosa vale ancora di più con le tipe. mi piacevi tu con le lentiggini e gli occhi color nocciola, perché non ci sei più? occhei, poi sei arrivata tu con il rame nei capelli e il seno abbondante ma poi, sparita. non ha senso insomma.

dicono che non ci fosse la morte non ci sarebbe l’evoluzione, saremmo sempre gli stessi, sai che noia. ma insomma, siamo sempre gli stessi uguale, non è che tutta questa varietà ci faccia un gran bene orsù. io sto bene a torino, se non cambiasse mica sentirei un grande disappunto, mica mi preoccuperei se mariomonti non ci costringesse tutti a emigrare a marcinelle e a saltare di nuovo per aria (ecco vedi, poi in fondo sto gran cambiare per ripetersi, tutto si ripete, andiamo a marcinelle a saltar per aria sottoterra).

mariomonti, mariomonti, mariodraghi, mariodraghi, chissà se per voi le cose cambiano, a me sembrate sempre uguali, è chiaro che le cose, i sentimenti, la vita vi scorrono addosso, eppure l’avrete avuta anche voi quella ragazza con la chioma castana e le lentiggini, sono sicuro, prima di diventare simulacri, prima di diventare angelamerkel, stavate qui a torino, sono sicuro.

che torino è come il centro dell’universo, ci vengono a suonare i coctotuins, sui tram, nelle discoteche, nei teatri, c’è il colore della primavera, ci sono le fabbriche, se non vai mai in periferia però non te ne accorgi. ma passi l’estate nei baretti, nei chioschetti tra gli spartitraffico sui viali, mangi l’anguria, bevi una birra, ti poni il problema di tutti quelli che sono andati in vacanza al mare, con la ritmo. intanto si beve un’altra birra, e ogni birra che bevi la tua amica è più bella, tanto lei scopa con un altro, ma che importa, lui mica lo capisce questo, mica sta qui sospeso nell’eternità, con lei qui adesso, a bere birra e mangiare anguria, nell’aria calda della sera, ci siete solo tu e lei, che pensa a quell’altro.

a torino, dicono, bruciano gli operai, ma non è vero, io ci passo ogni mattina di lì, mica li ho visti i fantasmi, eppure anche loro prima di finire in fumo avevano una ragazza, sono sicuro, ed ecco la risposta, mariomonti, io, gli operai siamo tutti morti, siamo morti il giorno che quella donna se ne è andata, e tutto il resto è stato un sogno, una specie di allucinazione, per noi uomini sembra che conti solo la guerra, la morte, la distruzione, mannò contate solo voi ragazze, se solo lo capiste, se non ci scacciaste ogni volta, non nascerebbero i mariomonti e gli operai non andrebbero in fumo. garantito.

Once upon a time, Gravedigger

ecco, tantissimo tanto tempo fa, c’era ancora splinder, avevo un blog. anzi ne avevo un paio. uno parlava di cinema, e non ne tratteremo qui, e un altro bazzicava un po’ di tutto. avevo anche una piccola ragazza che per qualche motivo diceva di essersi innamorata di me, e che avrei tradito nel modo peggiore di lì a poco (ma questa è un’altra storia). era tanto tempo fa, ve l’ho detto. prima della crisi per intenderci. in quel tempo, era sempre fine maggio con circa 30 gradi di temperatura abbastanza afosi (ma era anche una notte di febbraio con la neve caduta come per magia sui tetti fuori dalla finestra). c’era della musica da paura. davvero. e avevamo paura, tanta paura, ma in qualche modo le cose andavano avanti, o così sembrava. scarpe da ginnastica. jeans lisi per le troppe lavatrici e tuttavia mai troppo puliti. sense of wonder. cazzo, sense of wonder come se piovesse. potete sentirlo intorno a voi. è il 2005. chi pensava nel 2005 che avremmo potuto avere nostalgia del 2005? solo un pazzo. ma si ha sempre nostalgia del passato. nel 2005 avevamo nostalgia del 1996. del britpop, del bigbeat, persino un po’ della jungle e della house. dell’mdma. la solita incoscienza di avere a che fare con cose nuove e pensare che quelle vecchie siano meglio. persino questa crisi ci sembrerà divertente tra dieci anni. “minchia, ridatemi la vecchia crisi, quelli sì erano tempi.” la cosa strana, davvero strana, è che anche se splinder è morto, anche se sono morti tutti quei nickname con cui si dialogava allora, questo blog ancora lo visitano 150 persone al mese, o forse più. e non so neanche se siano persone. so solo che per caso sono capitato nel nuovo account di blogspot dove ho importato il blog e ho visto che ancora ci sono tutte queste visite, non so perché, non so per come. è bello, non perché voglia dire qualcosa, non perché stuzzichi la mia vanità, sarebbe idiota, ma è bello come la luce delle stelle morte che arriva ancora fin qui sulla terra. loro sono morte da millenni e noi ne vediamo la luce come se fossero ancora lì, belle splendenti, giganti gialle dove adesso c’è solo un ammasso di buio. ecco, ho visto l’evoluzione di questi anni come la faccenda di darwin nei libri di scuola: le mail mandate agli amici, i blog tra quindici sfigati, myspace, a guardare le foto di tipe vagamente goth su deviant art, e poi faccia libro, di cui non so nulla e nulla voglio sapere. e a ben pensarci, il bello di tutto questo è semplicemente che siamo qui a viverlo, a lamentarcene, a brontolare, ma siamo qui, non siamo morti ancora, anche se hanno cercato in tutti i modi di farci fuori, non siamo ciechi e sordi e muti. e allora è normale che ricordare sia più bello che vivere, in un certo senso, perché ricordare è come vivere ma sapendo tutto col senno di poi, che sopravviveremo ancora almeno per qualche anno, assaporando ogni momento vedendo dove si andrà a parare, qual’è il senso di tutto. soprattutto il colore degli occhi di ogni ragazza, la forma del suo seno sotto alla maglietta con il logo dell’adidas che ti ricordi bene, e come cadevano i suoi capelli, anche se non ci andrai mai a letto, anche se ci sei andato a letto più di sette anni fa e non l’hai mai più rivista, il profumo della sua pelle, il tono della sua voce, il suo accento. il passato è come quella ragazza, come tutte quelle ragazze, quelle che hai baciato, quelle con cui hai scopato, quelle che non ti hanno mai neanche sfiorato e che tu non hai sfiorato, ma ognuna di esse, ognuna, poteva essere tua e tu potevi essere suo, le cose che amavi e che hai dimenticato, stare davanti alla tele dopo una canna e trovare tutto interessante, tutto tranne santoro e i politici, a meno che non ci sia qualche giornalista bionda, che spii le sue espressioni e il lembo di pelle scoperta sotto la gonna, una tranquilla conversazione nell’aria calda di giugno quando il caldo è appena cominciato e ancora te lo puoi godere, tieni in mano la birra fredda e il fiume scorre sporco di schifezze, color fango, ci nuotano dentro le anatre e anche qualche pantegana, bella grossa, se ti sporgi puoi vederla, ma non te ne frega. le mode vanno e vengono, pensi oziosamente, solo io rimango nel corso del tempo, adesso ho le all stars, ora i doc martens, poi le adidas, mi piacciono le ragazze con i tatuaggi e i piercing, mi piacciono quelle acqua e sapone, ho un debole per le bionde, sono attratto dalle brune, mi metto con una rossa, vado ai concerti straight edge a torso nudo e sudo, in giacca e cravatta arranco su per le scale di un tribunale, stringo tra le braccia mia figlia appena nata, il tempo è come una spirale di pietre semipreziose e vortica intorno a me, io non sono nulla e sono tutto, voi non potrete mai schiacciarmi anche se cancellerete ogni memoria, ogni ricordo, ci sarà sempre qualcuno immerso in questo caldo, troppo ebbro per avere paura di voi, e in quel momento vi sfuggirà, sfuggirà al terrore che esercitate, per un singolo istante non vostro, e questo basterà, basterà ancora per un momento. ogni ricordo che ci rende umani, ogni sentimento conta, torno indietro, ho trentacinque anni, deborah è appena uscita dalla porta, non la rivedrò più, penso alle promesse fatte, ne ho quindici, la sera prima sono stato alla festa di classe della seconda liceo e ho ballato con laura, l’anno prossimo cambierò scuola, non la rivedrò più. è il 1982, ho tredici anni, l’italia vince i mondiali mentre sono in vacanza, io sono innamorato di una ragazza che si chiama gabriella teloni. domani mattina partirò per tornare a casa e non la rivedrò più. mia figlia ha gli occhi scuri, sembrano un pozzo dei desideri profondo e insondabile, lei non saprà cosa sono e cosa ho vissuto, cosa ho provato, ma non ne avrà bisogno perché vivrà le stesse cose in forme diverse, e penserà di essere l’unica e la prima, non saprà nulla di me e saprà tutto, qualcuno la desidererà come io ho desiderato tutte le ragazze del mondo, sentirà la musica e vedrà i colori, si stordirà e sarà lucidissima, e come una vera combattente si opporrà ai mostri del giorno e della notte che ogni istante cercheranno di annientare i suoi sogni, finché avrà forza, finché ogni ricordo di me non sarà svanito dalla sua memoria, finché qualcun altro non prenderà il testimone. e allora, chissà, forse anch’io potrò tornare a casa, posare la testa sul cuscino e far uscire tutti i pensieri, ordinatamente, uno per uno, senza più preoccuparmi di tenerli insieme perché non se ne scappino in tutte le direzioni. chiuderò gli occhi e non dovrò preoccuparmi di nulla, ma semplicemente mi addormenterò e finalmente potrò riposare, giusto il tempo di riprendere le forze prima di ripartire, prima di iniziare una nuova guerra, prima di combattere i mostri, un’altra volta ancora. solo per un po’ di tempo, staccherò il telefono e spegnerò il cellulare, nessuno mi cercherà, chiuderò gli occhi, e non avrò più bisogno di aver paura.